Sfide e contraddizioni del Green Deal europeo

Le elezioni europee del giugno scorso hanno lanciato un inequivocabile segnale, punendo i partiti più decisi nel sostenere l’accelerazione delle politiche ambientali e premiando quelli che, invece, contestano il cosiddetto “ideologismo ambientalista”. Di fronte a questo orientamento delle opinioni pubbliche nazionali, l’equilibrio politico che si è costruito a Bruxelles con la nuova Commissione, e che sta pian piano implementandosi tra non poche difficoltà, appare abbastanza asimmetrico, essendo stato costruito sulla spinta di due leader come il cancelliere tedesco Scholz e il presidente francese Macron, entrambi assai indeboliti dai loro elettorati. La presenza della socialista ambientalista spagnola Teresa Ribera nella Commissione quale responsabile della Transizione ecologica (sebbene in coabitazione con un olandese molto più moderato) è la dimostrazione di questa asimmetricità, che non tarderà a manifestare le sue contraddizioni.

A queste contraddizioni cerca di porre rimedio il rapporto di Mario Draghi sul futuro dell’UE, quando sostiene che non si possono avere grandi ambizioni sulla “frontiera” dell’ambiente se poi non le si fa seguire da piani concreti con risorse adeguate.
Il governo italiano, sin dalla sua nascita, ma adesso ancor di più, manifesta non poche riserve, non tanto sugli obiettivi quanto sulla tempistica e le modalità del Green Deal europeo. Giorgia Meloni ha pienamente condiviso le ripetute polemiche del presidente di Confindustria contro “le politiche ambientali autolesioniste” che “mettono a rischio l’industria” perché “la decarbonizzazione inseguita anche al prezzo della deindustrializzazione è una debacle”. Gli applausi che queste denunce raccolgono tra gli imprenditori rivelano lo stato d’animo di una buona parte della nostra classe industriale. La rivolta contro l’“ideologismo ambientalista”, del resto, è vasta e diffusa tra tutti i ceti, non solo nelle alte sfere, ma soprattutto tra le classi più popolari; Meloni la interpreta politicamente contestando la politica sull’automotive, quella sul green building e, in generale, criticando che dall’asserita neutralità tecnologica nella transizione si sia finiti, a suo giudizio, per sposare la sola elettrificazione. Draghi, che non arriva a questo livello di contestazioni, indica una strada per uscire dall’impasse, ma non è ancora chiaro quanto potrà essere seguito.

Quel che c’è da capire, però, è cosa intenda fare la Commissione: da un lato, Ursula von der Leyen ribadisce la validità del Green Deal (“La nostra spina dorsale”), ma si muove con più cautela nelle sue accelerazioni; dall’altro lato, la sua maggioranza, in cui la sinistra e gli ecologisti hanno un ruolo non secondario. Se assisteremo a un irrigidimento della commissaria Ribera, per fare l’esempio più chiaro, capiremo che l’asimmetria politica di cui parlavamo sopra è destinata a provocare un altro spostamento degli elettorati verso posizioni anche più rigide di quelle espresse dalla stessa Giorgia Meloni. Se, invece, il Clean Industry Act proposto da von der Leyen prenderà il volo per combattere la concorrenza sulle tecnologie green e rilanciare la crescita europea, allora forse si sarà trovata una via d’uscita politicamente accettabile perché economicamente sostenibile.

Sono queste le tematiche che affrontiamo soprattutto nella prima parte del secondo numero della nostra rivista. Vogliamo capire fino a che punto la transizione ambientale ed energetica pagherà un prezzo alle compatibilità politiche e alla sostenibilità sociale ed economica. Per questo ospitiamo pareri diversi, ma tutti autorevoli e seriamente motivati, che ci aiutano a fare luce in un momento di grande incertezza sul futuro, di pericolo geopolitico e di ricerca affannosa di nuova stabilità internazionale. Il rischio è che la transizione resti prigioniera di troppe variabili e perda, perciò, il suo carattere di volano di uno sviluppo sostenibile incentrato sulla decarbonizzazione e sulla circolarità del ciclo economico-produttivo. Disporre degli strumenti per analizzare quanto sta accadendo è esattamente ciò che Make Different Magazine si propone: un luogo aperto di confronto al più alto livello possibile.