Le battute d’arresto esistono, ed è inutile negarlo. Il settore automotive europeo ne è oggi l’esempio più evidente: rallentamenti industriali, tensioni occupazionali, ripensamenti sulle tempistiche della transizione, pressioni politiche che chiedono deroghe, rinvii o veri e propri passi indietro. Ma confondere queste difficoltà – reali e serie – con una smentita della politica green europea sarebbe un errore profondo, prima ancora che politico.
La transizione ecologica non è una moda ideologica né un capriccio regolatorio di Bruxelles. È la risposta, forse tardiva ma ormai ineludibile, a necessità ambientali strutturali: cambiamento climatico, qualità dell’aria, consumo di risorse, sicurezza energetica. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, oltre il 90% della popolazione urbana europea è esposta a livelli di inquinamento atmosferico superiori alle soglie raccomandate dall’OMS. Il 2023 e il 2024 sono stati, a livello globale, tra gli anni più caldi mai registrati. Questi dati non sono opinioni: sono vincoli fisici con cui la politica è costretta a fare i conti.
È vero: la transizione costa, disorienta, obbliga a riconvertire filiere industriali storiche e a ripensare modelli di sviluppo consolidati. Nel settore automotive questo si è tradotto in regole molto ambiziose. La normativa europea oggi in vigore prevede che le nuove auto e i nuovi veicoli commerciali leggeri immatricolati nell’Unione raggiungano una riduzione del 100% delle emissioni di CO2 entro il 2035 rispetto ai livelli del 2021, un obiettivo che implica di fatto l’uscita di scena del motore endotermico tradizionale.
Negli ultimi mesi, tuttavia, questo impianto è entrato in una fase di ripensamento politico. La Commissione europea ha avviato un confronto con Stati membri e industria per valutare correttivi e maggiore flessibilità, alla luce delle difficoltà industriali e occupazionali emerse. Non si tratta, almeno per ora, di una cancellazione dell’obiettivo del 2035, ma di una possibile revisione del percorso: maggiore attenzione alla neutralità tecnologica, più spazio a soluzioni ibride e all’utilizzo di carburanti a basse emissioni – come biocarburanti ed e-fuel – purché coerenti con il traguardo complessivo della decarbonizzazione.
L’automotive, in questo senso, è un banco di prova durissimo. Ma proprio qui si misura la differenza tra una difficoltà congiunturale e una scelta strategica irreversibile. L’Europa può e deve correggere tempi, strumenti, politiche di accompagnamento e tutele sociali; non può però sconfessare la direzione di marcia senza pagare un prezzo ben più alto nel medio e lungo periodo, in termini di competitività, dipendenza energetica e perdita di leadership industriale.
A dimostrarlo non sono i documenti programmatici, ma la realtà dei mercati. Mentre il dibattito pubblico si polarizza, le imprese – soprattutto quelle più strutturate e internazionalizzate – continuano a investire in sostenibilità. Secondo i dati della Commissione europea, oltre il 60% degli investimenti privati in ricerca e sviluppo nell’UE è oggi orientato a tecnologie legate alla transizione verde e digitale. Efficienza energetica, elettrificazione, economia circolare, riduzione delle emissioni, nuovi materiali, digitalizzazione dei processi: non sono slogan, ma scelte industriali concrete. Chi racconta la sostenibilità come un freno allo sviluppo ignora, o finge di ignorare, che oggi l’innovazione più avanzata è quasi sempre anche sostenibile. Non a caso, le aziende che hanno investito per tempo in questi ambiti mostrano maggiore resilienza di fronte alle crisi energetiche e geopolitiche degli ultimi anni.
In questo contesto, il negazionismo climatico in stile trumpiano non è solo culturalmente regressivo: è economicamente miope. Negare l’urgenza ambientale o ridurla a complotto ideologico significa condannare un sistema produttivo all’arretratezza, isolarlo dalle grandi traiettorie globali, consegnarlo a una competizione al ribasso. È una scorciatoia retorica che può forse raccogliere consenso nel breve periodo, ma che non costruisce futuro né occupazione di qualità.
L’Europa, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, ha scelto una strada più difficile ma più responsabile: tenere insieme sostenibilità ambientale, innovazione tecnologica e coesione sociale. È una strada che va corretta, resa più equa, accompagnata con politiche industriali serie; non rinnegata.
Perché la transizione ecologica non è un’opzione ideologica tra le tante: è la cornice dentro cui si giocherà lo sviluppo dei prossimi decenni. La politica può rallentare, deviare, complicare. La realtà ambientale, invece, procede. E le imprese che lo hanno capito stanno già correndo. Sta all’Europa decidere se guidare questa corsa, o subirla da spettatrice.