Un futuro sostenibile oltre il populismo

In questo numero di Make Different Magazine, abbiamo voluto affrontare una domanda cruciale nella incerta stagione che stiamo vivendo: con l’avvento di Donald Trump e di altre forze negazioniste, ha ancora un futuro la politica di transizione ambientale ed energetica? E, seconda domanda, il negazionismo politico può essere sconfitto dalla tecnologia e dalle convenienze economiche, ossia da dinamiche vitali che sfuggono agli orientamenti dei governi più populisticamente pronti a sollecitare e a lucrare sulle paure delle opinioni pubbliche?

Su questi dilemmi abbiamo chiesto le opinioni di studiosi, operatori sociali, giornalisti specializzati e anche del responsabile della politica ambientale ed energetica dell’Italia, il ministro Gilberto Pichetto Fratin.

Abbiamo posto loro domande complesse. Che a loro volta ne producono altre: il Green Deal era o non era un manifesto venato di ideologismo? Ed è colpa dell’ideologismo ambientalista   aver messo in crisi intere filiere produttive europee, cedendo vasti margini di competitività alla Cina? Insomma, quel progetto va rivisto di sana pianta come dicono i governi più scettici ma anche tecnici insospettabili?

Nel bailamme geopolitico queste domande chiedono risposte lungimiranti, capaci di coniugare la sostenibilità ambientale con quella sociale, di garantirci un Pianeta ancora ospitale per l’uomo senza per questo colpire i segmenti fragili della società, i più contrari ad una politica green troppo “spinta” perché ne temono le conseguenze.

C’è chi si domanda: aveva senso se all’epoca della invenzione del motore a scoppio dar retta alle proteste dei vetturini di carrozze a cavallo? Mario Draghi, nel suo Report sul futuro dell’Unione europea, riporta la questione al presente e risponde che semmai “serve accelerare la decarbonizzazione e la digitalizzazione per migliorare la competitività”. Vale a dire che sarebbe perdente fermare il Green Deal sperando di salvare così l’industria europea.  Che, al contrario, se smettesse di investire nell’elettrico si troverebbe in guai ben peggiori. E tuttavia è urgente modificare i meccanismi di applicazione del Green Deal, come invoca giustamente nella nostra intervista Pichetto Fratin con un pensiero alle multe gravosissime previste per le aziende che non si adeguano alla transizione.

Il Green Deal e la diffusione delle rinnovabili costruiscono anche l’indipendenza energetica dell’Unione che ci sottrae ai ricatti altrui e ci difende dalla nostra debolezza geopolitica. Ma a combattere l’autonomia europea non è solo la Russia di Putin, è anche l’interesse dell’amministrazione Trump che vuole obbligarci ad acquistare il suo GNL per centinaia di miliardi di dollari.

È una sfida decisiva: non solo non si deve tornare indietro ma occorre implementare le energie rinnovabili, ridurre il fabbisogno energetico, potenziare l’economia circolare (sulla quale l’Italia è il numero uno in Europa), elettrificare massicciamente l’industria e i trasporti.  Nello stesso tempo mettere risorse sulle politiche attive del lavoro e semplificare le regolamentazioni che i burocrati di Bruxelles producono a ritmo ormai insopportabile, ascoltare le voci dell’imprenditoria che spinge per la modernizzazione ma nello stesso tempo tempo rifiuta sanzioni giugulatorie.

Serve una grande, nuova campagna di sensibilizzazione sociale per far comprendere che la strada intrapresa è obbligatoria: a chi protesta per i costi della transizione basta rispondere elencando i giganteschi costi dei danni provocati (e provocabili) dai fenomeni del cambiamento climatico. In fondo basterebbe questa semplice considerazione per farsi un po’ di coraggio e non ascoltare le sirene che ci vorrebbero spingere verso un felice passato che non c’è più.